Quando il disastro ambientale non ha colpevoli ma complici

Mappa che descrive, graficamente, il rapporto tra Legambiente e SorgeniaLeggo stamani un articolo su il manifesto in cui si commenta la sentenza di ieri sul disastro ambientale causato dalla discarica di rifiuti tossici della Montedison a Bussi, in Abruzzo, in cui tutti i (presunti) colpevoli di questa incredibile vicenda sono stati assolti.

Il commento, giustamente indignato, sottolinea come nel nostro paese, nel 2014 quasi 2015 non ci sia ancora una legislazione degna di questo nome sui reati ambientali, permettendo – tra l’altro – ai responsabili di essere pure ignoranti. Cito:

non c’è il reato di disa­stro ambien­tale, che com­porti la per­ma­nenza del reato fin­ché per­si­stono gli effetti disa­strosi sulla salute umana e sulla com­pro­mis­sione distrut­tiva dell’ambiente. Per cui la pre­scri­zione scatta, ine­vi­ta­bile. Oggi con una variante in più, pro­po­sta sem­bra dall’avv. Seve­rino, già mini­stro della giu­sti­zia, che sostiene che, al con­tra­rio di quanto ci hanno sem­pre ripe­tuto che la legge non ammette igno­ranza, per l’ambiente que­sta igno­ranza sarebbe ammessa e quindi gli impu­tati non sape­vano quel che face­vano!

E – continua saggiamente il commento – questa condizione fa si che il territorio continui ad essere trattato come risorsa infinita da sfruttare, e non come risorsa preziosa e finita senza la quale la vita non è possibile. Una dinamica squisitamente economica, dice il notista – io mi permetto di coniugare diversamente il concetto: dinamica squisitamente capitalistica - e cito:

Que­sta logica va sman­tel­lata alla radice, quando in gioco ci sono inte­ressi col­let­tivi e il futuro di intere comu­nità. Ser­vono nuove poli­ti­che di pre­ven­zione e di gestione vir­tuosa dei beni comuni, certo, ma serve anche il bastone della legge penale con­tro chi si ostina a fare impresa a danno della comu­nità

Dice il nostro che, però, una strada per fare qualcosa ci sarebbe, ed è “il dise­gno di legge 1345, appro­vato lo scorso 26 feb­braio a lar­ghis­sima mag­gio­ranza alla Camera e subito spa­rito nelle sab­bie mobili del Senato”. E conclude con un accorato appello:

Ai sena­tori di que­sta legi­sla­tura il com­pito di dimo­strare al paese intero il loro senso di respon­sa­bi­lità e di lun­gi­mi­ranza, appro­vando in tempi rapidi il Dl già pas­sato alla Camera, con miglio­ra­menti pos­si­bili ma senza stra­vol­gi­menti pre­te­stuosi. Su que­sto siamo a saremo intran­si­genti. Biso­gna dare rispo­ste con­crete a quel paese dimen­ti­cato, che non ha nes­suna inten­zione di abbas­sare la guar­dia e di accet­tare supi­na­mente i dik­tat delle solite lobby. Ognuno fac­cia la sua parte e se ne assuma la respon­sa­bi­lità, noi lo stiamo già facendo per il bene del nostro paese.

Diciamo che mi sono trovato non dico d’accordo, ma almeno non in disaccordo con quanto letto in questo articolo. Certo, la dimensione di chi scrive è, evidentemente, tutta “politicista”: si, ad un certo punto si citano i comitati, ormai nati ovunque (per una bel ragionamento sul ruolo dei comitato nella fase politica odierna suggerisco di leggere questa importante proposta del collettivo di scrittori Wu Ming: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=19913) e – addirittura! – i “cittadini”; ma viene fatto solo per far vedere che quel che dice l’articolista è sostenuto “dalla gente”.

Ma chi è che scrive questo articolo e per conto di chi?

Scrive l’articolo il Sig. Vittorio Cogliati Dezza, “presidente di Legambiente”.

Chi, come me, vive in provincia di Grosseto conosce bene Legambiente, per l’ormai famosa “Festambiente” che si tiene tutte le estati a Rispescia; nota, soprattutto, per i concerti delle famose stars che ne caratterizzano le serate.

Ma per chi si occupa di ambiente in maniera indipendente, sa anche che Legambiente ha come partner nientepopodimeno che Sorgenia, che è l’azienda (attraverso la CIR) del Sig. De Benedetti (il famoso “tessera del Pd n. 1″) e che è, soprattutto, l’azienda che possiede il 39% della centrale elettrica a carbone di Vado Ligure, per cui il Gip del tribunale di Savona, Fiorenza Giorgi, ha accolto la richiesta di sequestro della Procura ligure perché

l’ordinanza con cui il Gip ha disposto il sequestro parla di nesso di causalità tra le emissioni, le morti e le patologie. E la prova del disastro ambientale doloso con conseguenza sulla salute dei cittadini starebbe nella rarefazione dei licheni e nell’aumento delle malattie. Secondo la procura di Savona i fumi della centrale hanno causato 442 morti tra il 2000 e il 2007. Per il procuratore Francantonio Granero l’impianto avrebbe causato anche “tra i 1.700 e i 2.000 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari e 450 bambini sarebbero stati ricoverati per patologie respiratorie e attacchi d’asma tra il 2005 e il 2012″.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/11/sorgenia-guai-senza-fine-per-de-benedetti-chiesto-il-sequestro-per-la-tirreno-power/909244/

Ma non è tutto:

Sorgenia fa anche parte della “Rete Geotermica”, che sarebbe (cito):

una rete d’imprese […] che oggi riunisce 16 aziende italiane (non c’è Enel Green Power) titolari di know how, permessi di ricerca e capacità tecnologico-produttive in campo geotermico: si va da Sorgenia a Exergy del gruppo Maccaferri, da Turboden fino a ToscoGeo e Magma Energy Italia, controllate con una quota di maggioranza dallo stesso Gori. La rete associa in pratica l’85% delle aziende che detengono permessi di ricerca geotermica in Toscana e il 50% di quelle che hanno permessi in Italia.

E qui si apre un nuovo entusiasmante capitolo:

Sorgenia (partner, come abbiamo visto sopra, di Legambiente) fa parte di questa famigerata “Rete Geotermica” che, come ci dice l’articolo riportato sopra,

La Toscana rilancia la sua lunga tradizione geotermica […] con una sfida innovativa e ambiziosa: creare una filiera interamente made in Italy per la costruzione di impianti geotermici a ciclo combinato chiuso, senza alcuna emissione in atmosfera e dunque a ridotto impatto ambientale.

Peccato che questa splendida “filiera interamente made in Italy” (che dicendolo in inglese, forse, pare una roba figa, chissà…) sia composta da aziende, come Sorgenia (ricordo, partner di Legambiente), che è responsabile (dice una Procura della Repubblica, cosa da dimostrare ovviamente) “di 442 morti tra il 2000 e il 2007 e […] tra i 1.700 e i 2.000 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari e 450 bambini […] per patologie respiratorie e attacchi d’asma tra il 2005 e il 2012″.

Progetto che (cito sempre dall’articolo del Sole 24 Ore):

una volta che la Rete Geotermica avrà messo a punto l’impianto-pilota e aperto la strada alle nuove tecnologie, la filiera made in Italy potrà svilupparsi in patria e fuori. Il Gruppo Graziella ha già programmato gli investimenti dei prossimi cinque anni: 20-30 centrali geotermiche a ciclo combinato chiuso, di “taglia” vicina a 20 megawatt, in Toscana, Umbria, Lazio e Sardegna.

Tutto questo è confermato dalla stessa Regione Toscana: nel sito di quest’ultima, infatti, si può trovare una bella cartina delle zone geotermiche regionali con segnati le “concessioni di ricerca”, cioè i permessi di ricerca dati ad aziende che cercano la risorsa geotermica. Eccola:

La mappa delle concessioni di ricerca geotermica in Toscana

Quello che si vede da questa cartina (sul sito della Regione è disponibile una versione cliccabile, con tanto di menù in cui si vede il nome del concessionario ed altre informazioni utili) è che le zone geotermiche toscane (la zona nord, nel pisano e la zona sud, il Monte Amiata) sono state completamente date in concessione, escluse le zone di competenza dell’ENEL (che da decenni fa geotermia sull’Amiata, con grossi problemi per i cittadini, ci dicono gli amici di Sos Geotermia).

Di queste concessioni di ricerca almeno 6 sono di Sorgenia (Legambiente)

Ma di cosa stiamo parlando, quando diciamo “le zone geotermiche toscane”? Stiamo parlando di una zona – quella nord, nel pisano – che ormai da decenni è diventata “monocultura”: lì si fa solo geotermia, si campa (si fa per dire) di quello e altro non si vuole.

Nella zona sud, invece, si parla del Monte Amiata. Il Monte Amiata ha tutta una serie di caratteristiche veramente interessanti, sia dal punto di vista fisico-geologico, che dal punto di vista storico-culturale, che dal punto di vista economico.

L’Amiata è un vulcano spento; è sede dell’ex miniera di mercurio più grande d’Europa; è il bacino idrico più importante del centro Italia (quello del Fiora, che serve 700.000 cittadini, tra le provincie di Grosseto, Siena e Viterbo).

L’Amiata è una montagna, d’inverno si scia; è una zona famosa per le sue acque fin dai tempi degli Etruschi; Etruschi che vi hanno lasciato, con i Romani, reperti archeologici preziosi. È meta turistica amata da molti, perché – oltre ad essere una terra di bellezza straordinaria, anche per il suo carattere un po’ “selvaggio”, a differenza della vicina Siena, tutta curata e laccata che pare la Svizzera (un po’ di sano campanilismo, suvvia!) – è anche vicinissima a località turistiche famose e ricercate in tutto il mondo: la già citata Siena, e l’ancora più vicina Montalcino con la sua Val d’Orcia, che è a meno di un’ora di macchina; Firenze e il Chianti, a meno di due ore di macchina; il lago di Bolsena, nel viterbese; Roma, che è a meno di 3 ore di macchina. In un’ora o poco più si arriva al mare, in zone come Talamone, il Parco dell’Uccellina, Punta Ala, e via discorrendo.

L’Amiata è terra di qualità agroalimentare: l’oliva seggianese e il suo dop; il vino Montecucco e il suo doc; la castagna dell’Amiata e il suo IGP; solo per dirne alcune, ben lontani da qualsiasi completezza. L’Amiata è anche confine diretto con la Val d’Orcia, la terra di Montalcino e del Brunello (c’è bisogno di spiegazioni?).

Bene, proprio qui, tra la Val d’Orcia e il Monte Amiata, è stata presentato il primo Progetto di centrale geotermica (il progetto si chiama “Montenero”, dal nome del paese vicino al quale dovrebbe sorgere questa centrale. Il nome completo del paese è, Montenero d’Orcia, tanto per capire di cosa stiamo parlando) di un’azienda facente parte la Rete geotermica (di cui sopra): la Gesto Italia srl (società a socio unico, capitale sociale 10.000€) ha presentato un progetto per la costruzione di una centrale geotermica da 5 MGW (una bellezza alta 11m, larga 84, lunga oltre 110) da farsi tra le olive dop, i vigneti doc e le castagne igp.

La cosa ha scatenato la reazione di tutta le popolazioni locali: cittadini, aziende, associazioni di categoria, intellettuali e – almeno all’apparenza – anche tutte le amministrazioni locali (attenzione: il progetto di cui stiamo parlando, quello generale della Rete geotermica, ha come sponsor principale la Regione Toscana, governata dal Pd; tutte le amministrazioni locali di cui stiamo parlando, dalla Provincia a l’ultimo dei comuni, sono pure loro governate dal Pd. De Benedetti, il Sig. Sorgenia è – come dicevo sopra – il famoso “Sig. tessera del Pd n. 1″; storico Presidente di Legambiente, Ermete Realacci, è Presidente della Commissione ambiente del Parlamente, Pd. Tanto per non fare confusione) hanno urlato NO a questo progetto, e ormai ogni comune ha il suo comitato contro questo mostro che vogliono costruire nel bel mezzo dello splendore descritto sopra. I più attivi, ad ora, sono:

Altri ne stanno nascendo in tutti i paesi della zona.

Quindi, ricapitoliamo:

sul manifesto di oggi il Sig. Cogliati Dezza attacca la sentenza che assolve Montedison dal disastro ambientale di Bussi (Abruzzo). Lo fa dall’alto del suo essere Presidente di Legambiente. Peccato che Legambiente è:

  • parner di Sorgenia;
  • Sorgenia (della CIR di Debenedetti, tessera Pd n. 1) possiede il 39% della centrale elettrica di Vado Ligure, chiusa perché “i fumi della centrale hanno causato 442 morti tra il 2000 e il 2007″;
  • Sorgenia fa parte della “Rete geotermica” che vuole fare 20 – 30 centrali geotermiche in Toscana, Umbria e altrove (sollevando la rivolta popolare, la prima delle quali
  • la centrale “Montenero”, tra la Val d’Orcia e l’Amiata, in provincia di Grosseto, patria di Legambiente, tanto per “quadrare il cerchio.

A questo punto, come dicono giustamente gli amici di “difensori della Toscana“:

Non aspettiamoci di essere aiutati da Legambiente nella nostra battaglia contro le trivellazioni e gli scempi provocati dalla geotermia, non ci aiuteranno mai.
Informiamoci meglio e impariamo a distinguere chi veramente difende l’ambiente.

Sarebbe bene che anche il manifesto iniziasse a selezionare meglio i propri “amici”, se non vuole continuare a perdere per strada non solo i lettori, ma anche quel po’ di rispetto che gli è rimasto.

L’alternativa arriva dal Kurdistan: Rojava

“YJA Star” (l'”Unione delle donne libere”)
“YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”)

L’alternativa arriva dal Kurdistan: Rojava

Tu pensa se, per trovare l’alternativa allo “stato di cose presenti”, bisogna andare nelle montagne del Kurdistan, a Rojava e per la precisione dalle “Unione delle Comunità del Kurdistan” (KCK) Ero abituato ad andare a vedere cosa accadeva nella Selva Lacandona, per trovare ispirazione, che però è lontana. Ora un esempio – SPLENDIDO – l’abbiamo qui a portata di mano (anche se, per altri motivi, ugualmente di difficilissimo accesso).

Un ragionamento a parte – anche se, ovviamente, strettamente legato a quanto leggerete sotto – andrebbe fatto della foto sopra, meravigliosa:

vi si vede delle guerrigliere kurde, probabilmente della “YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”), la milizia di sole donne che combatte nel nord della Siria. In quale altra immagine di guerriglieri, nella storia, si vede militanti che si abbracciano, che sorridono teneramente, che vivono la foto non come dimostrazione di forza ma come dimostrazione d’unione. Forse qualcosa nelle foto dei partigiani, ma ne ricordo poche.

Questa foto, a me, fa venire semplicemente il sorriso. Che mi si spegne, in parte, se penso contro chi combattono queste bellissime donne e cosa rischiano in caso di cattura.

Di seguito viene spiegato il perché, ed è una gioia leggerlo. Non prima di ringraziare “A Rivista anarchica”, per lo splendido lavoro di contro/informazione che fa su questo argomento, cioè sulle vicende dei kurdi della Siria:

Una nuova organizzazione della società

di Giran Ozcan

Spunti libertari, organizzazione ecologica ed emancipazione femminile

KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan) è il nome dato a questa organizzazione sociale. Il nome – e la preparazione del suo quadro teorico – è stato proposto dal leader del PKK Abdullah Ocalan dalla sua cella della prigione sull’isola di Imrali in Turchia; nonostante ciò, sia Ocalan sia il PKK riconoscono senza indugi gli indispensabili e inestimabili contributi forniti da Murray Bookchin.
Il KCK è un’organizzazione ombrello democratica, confederale, libera da stato/gerarchia/sfruttamento del Kurdistan libero.
All’interno dell’organizzazione sociale KCK realizzata tra le montagne del Kurdistan, il concetto di denaro è superfluo. I bisogni economici degli abitanti sono internamente soddisfatti attraverso una gestione condivisa delle risorse. Nonostante il denaro sia utilizzato nei rapporti commerciali intrattenuti con l’esterno, all’interno il concetto di denaro è inconcepibile. Nessun singolo o comunità entro l’organizzazione KCK avverte il bisogno di generare un surplus di denaro o di risorse. I surplus sono costantemente redistribuiti e, in questo modo, utilizzati. Rifacendosi alle società pre-gerarchiche e pre-sfruttamento, l’organizzazione KCK adotta la cultura del dono piuttosto che quella dello scambio.
La gestione condivisa dell’agricoltura assicura una produzione ed un consumo di risorse auto-sufficienti, rendendo di conseguenza irrilevanti surplus, valore di scambio e mercificazione di beni.
Il tentativo di emancipazione femminile, da parte dei membri del PKK e della sua leadership, ha avuto inizio con la “distruzione della virilità”. Un attacco nei confronti della falsa virilità inoculata nei soggetti maschili da parte del sistema patriarcale. Questa infusa falsa virilità faceva in modo che, mentre ogni uomo, in ogni cellula del suo corpo, veniva sfruttato e oppresso da parte del sistema capitalistico, questi a sua volta non si astenesse dallo sfruttare la propria madre, sorella, figlia e moglie.
Questa strategia è derivata dall’indagine teorica di Abdullah Ocalan, che lo ha successivamente portato ad affermare che “le donne sono le prime colonie” e che il primo sfruttamento non è stato quello avvenuto ai danni della classe lavoratrice, bensì quello delle donne. Questo è il motivo per cui l’eguaglianza di genere tra le montagne del Kurdistan è ottenuta attraverso sforzi paralleli di rafforzamento dei poteri delle donne e purificazione degli uomini dalle malattie del patriarcato e dell’organizzazione gerarchica della società.
Le conseguenze pratiche di questo approccio sono: l’equa rappresentanza delle donne all’interno di tutte le posizioni amministrative tramite un sistema co-presidenziale e l’autonoma organizzazione ideologica, politica, sociale e militare delle donne sotto l’organizzazione autonoma: KJB (Unione Suprema delle Donne).
All’interno del Kurdistan libero, le comunità sono organizzate in modo da non considerarsi una minaccia per l’ambiente. Quando possibile, le fonti di energia rinnovabili sono favorite; al contempo, le risorse energetiche come l’acqua e il gas sono consumate in modo simbiotico al fine di sostenere tanto la società quanto l’ambiente.
È promosso il vegetarianismo e la caccia è totalmente bandita, così come la deforestazione (è permesso bruciare solo rami e alberi secchi). Tutto questo è basato sulla premessa che l’ambiente non è fonte di profitto, bensì fonte di vita; l’utilizzo dell’ambiente per sete di profitto soccombe di fronte al riconoscimento di quest’ultimo come fonte di vita.
Alcuni affermano che il PKK “non chiede più uno stato nazionale per i kurdi”. È la verità. Ad ogni modo, ciò che non risulta vero è la ragione a cui ricondurre questo cambio di paradigma.[…]
Gli sviluppi in Rojava (Siria del nord) mostrano che la filosofia del leader del PKK Abdullah Ocalan, invece di rendere più moderate le richieste, sposta, per contro, l’asticella più in alto. Questo è il motivo per cui Rojava non sta combattendo solo per proteggere la propria organizzazione sociale dagli attacchi di gruppi estremisti, ma anche per proteggersi dagli attacchi dei rappresentanti del sistema di capitalismo globale come il KDP, il governo turco, il regime di Assad e l’assordante silenzio dell’occidente!
Il Movimento di Liberazione del Kurdistan guidato dal PKK non sta più chiedendo uno stato nazionale kurdo, il quale riprodurrà solamente sfruttamento, strutture gerarchiche e diseguaglianza di genere; sta piuttosto facendo appello ad un sistema alternativo di organizzazione sociale in cui la questione kurda si risolva parallelamente alle questioni dello sfruttamento, dell’emancipazione di genere e della liberazione di tutti gli uomini. La sua proposta a questo riguardo è il KCK.

Giran Ozcan

traduzione di Carlotta Pedrazzini

Questo articolo è originariamente apparso in www.kurdishquestion.com con il titolo Socialism, gender equality and social ecology in the mountains of Kurdistan.

Emergenza e grandi opere: la “Mafia Nazionale”

Pd, Pdl, Lega delle Cooperative, mafiosi locali: tutti assieme appassionatamente.
Pd, Pdl, Lega delle Cooperative, mafiosi locali: tutti assieme appassionatamente.

È di questi giorni lo scandalo “Mafia Capitale“, in cui sono stati svelati i (poco nascosti, ma ignorati dai più) intrecci tra politica (bipartisan, ed intesa come gestione della cosa pubblica da parte dei partiti e NON dai cittadini) e criminalità. Sempre che la distinzione possa, ormai, avere un senso.

Ma siamo sicuri che non si possa parlare di “Mafia Nazionale“?

Emerge chiaramente un “sistema“, per cui a Roma potevi fare qualsiasi cosa se eri amico degli amici giusti, altrimenti nulla. Un sistema che, ora, tutti sono pronti a denunciare – ad iniziare da quei politici nazionali, ma originari di Roma, che – tu pensa che distratti – in questi anni non s’erano accorti di nulla. Loro. Nonostante le molte denunce da parte di cittadini, associazioni, consiglieri comunali e parte della stampa.

Questi “signori” – i Gasparri, gli Orfini – pur essendo ai vertici dei rispettivi partiti, pur essendo di nativi di Roma, non si erano accorti che i propri dirigenti romani, le proprie cooperative (o comunque MOLTO vicine a loro ed ai loro partiti) incassavano quantità vergognose di soldi per NON fare nulla di quello che dovevano, lasciando – per esempio – rifugiati e rom in condizioni di “vita” (tra virgolette per forze) che dire indecenti è fargli un complimento.
Nessuno se n’era accorto.

A questo punto, per non farla troppo lunga, però le possibilità sono due:

  1. questi dirigenti politici sono degli incompetenti, e quindi è meglio – per tutti – se passano a fare altro, nella vita;
  2. questi dirigenti politici sono complici di quel che è successo, e quindi è meglio – per tutti – se li obblighiamo a fare altro, nella vita.

In entrambi i casi – e non se ne vede un terzo – abbiamo a che fare con una classe politica (ed in parte anche giornalistica, e del “terzo settore”) che, per incapacità o complicità, non è in grado di far funzionare le cose in maniera trasparente e corretta.

È evidente che lo snodo di tutto questo “sistema” è la categoria di “emergenza” (ora anche qualcuno di questi ignavi lo ammette, tipo Orfini in tv al La7):
con il meccanismo dell'”emergenza” si possono bypassare tutte le norme, i controlli che dovrebbero far si che gli appalti pubblici siano un qualcosa fatto per il bene pubblico e non per quello privato.

E quindi via con l’emergenza rifiuti, l’emergenza immigrati, l’emergenza rom, l’emergenza casa, l’emergenza droga, l’emergenza terrorismo e via mettere il paese nel sacco.

Insieme alla categoria “emergenza” ce n’è un altra che riesce a catalizzare lo stesso porcaio di cui sopra, ed la categoria “Grande Opera“. Dal Mose all’EXPO, dalla TAV al terremoto dell’Aquila (qui, per la gioia degli sciacalli, “emergenza” e “grande opera” si uniscono), è un diluvio di avvisi di garanzia, arresti, tangenti, denunce.

Ma CHI dovrebbe cambiare le cose? Chi dovrebbe mettersi lì a dipanare un sistema che ormai ci soffoca ovunque, nel paese, e non “solo” a Roma. Quegli stessi politici che il sistema hanno inventato e del sistema si nutrono e si fanno ricchi e potenti. Come no!

I giornalisti, che dovrebbero raccontare ai cittadini quel che succede, aiutandoci a capire, a mettere assieme le cose, tolte alcune, poche, nobili eccezioni, fanno esattamente il contrario, essendo anche loro schiavi e complici di questo sistema: i giornali sono in mano a “poteri forti” economici e/o politici, e se vuoi continuare a lavorare non devi rompere più di tanto i coglioni o le ovaie.

Ed infatti, guarda caso, non ho memoria, negli ultimi anni, di qualcuno che si sia messo a tirare le fila di quel che sta succedendo nel paese. E si che tutti noi, chi più chi meno, ha giocato almeno una volta in vita sua ad “Unisci i puntini”, il gioco enigmistico più facile del mondo, per cui basta unire con una matita i puntini disegnati su di un foglio, per veder comparire – ohhh, magia! – un disegno.

Ecco, nel caso di cui stiamo parlando basterebbe fare lo stesso. Cosa semplice soprattutto per un/a giornalista, che questo dovrebbe fare di mestieri. Si vedrebbe così, chiaramente, che quando questi “signori” parlano di “mele marce”, riferendosi ai propri colleghi di partito beccati con le mani nel sacco, in realtà ci stanno pigliando per i fondelli. Eppure nessuno lo fa. O, se lo fanno, stanno ben attenti a non pubblicizzare troppo la cosa.

Allora, io, che (per fortuna) non sono giornalista, ma che ho una certa praticità con internet, mi sono messo lì a cercare cosa veniva fuori mettendo la parola “tangente” a fianco di alcune “grandi opere” che stanno caratterizzando la vita del paese, e che stanno portando a tante lotte, scontri, repressioni.

Vediamo cosa scappa fuori:

Immagine per ricordare alcuni esempi degli scandali nelle RegioniScandalo Regioni (Italia):

- “il giornale”, 2012
http://www.ilgiornale.it/news/interni/scandalo-regioni-su-due-nel-mirino-845460.html

 

Nell’ottobre del 2012 esce questo articolo su “il giornale” di Berlusconi, dove si può leggere:

Le ostriche divorate dall’ex capogruppo del Pdl in Regione Lazio, Franco “Batman” Fiorito, a spese dei cittadini hanno fatto saltare il tappo e segnato un punto di non ritorno. Nelle ultime settimane una Regione su due è stata “visitata” dagli uomini della Guardia di Finanza che adesso vogliono vederci chiaro su come ogni anno vengono spese centinaia di milioni di euro di fondi pubblici. Solo oggi i militari delle Fiamme Gialle si sono presentati nelle sedi di Marche e Lombardia e sono tornati in quella del Lazio.

Piovono avvisi di garanzia. E scattano le manette. Scoperchiato il vaso di pandora, la politica dà il peggio di sé. Dalle lauree nell’Università di Tirana ai diamanti africani, dalle villone acquistate coi rimborsi elettorali alla jeep comprata durante una nevicata epocale.

E via così.

– l’Espresso, 2014
http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/01/16/news/regioni-quante-inchieste-sullo-scandalo-rimborsi-1.149002

Due anni dopo l’Espresso pubblica una tabella con il numero di indagati, le richieste di rinvio a giudizio, gli arrestati, gli imputati e, buoni ultimi, i condannati.
Abbiamo così:

558 Indagati;
134 Richieste di rinvio a giudizio;
10 arrestati;
20 imputati;
3 condannati.

Tabella riassuntiva dello scandalo tangenti per l'EXPO 2015Tangenti EXPO (Milano)

Il prossimo sarà l’anno dell’EXPO, immenso sacco della città di Milano, in cui il peggio del peggio è emerso già da tempo, con i comitati che da anni si battono contro questo scempio, non solo inascoltati, ma quando possibile repressi.
Vediamo come sta andando:

– il Fatto Quotidiano, 2014
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/08/expo-2015-sei-nuovi-arresti-tra-loro-primo-greganti-e-angelo-paris/977191/

Sul Il Fatto quotidiano del maggio 2014 leggiamo che viene scoperta (cito):

la cupola bipartisan degli appalti: arrestati Greganti e Frigerio.

Per chi non lo ricordasse, Greganti e Frigerio furono arrestati già durante tangentopoli, nei primi anni ’90. Ora, nel 2014, sono ancora iscritti ai partiti originati da quelli di allora – Greganti al Pd, figlio del Pci, Frigerio al Pdl, figlio parziale della Dc – e svolgono lo stesso lavoro di allora: intascare tangenti.  Insieme a loro furono arrestati (cito):

Sergio Catozzo (ex Cisl, ex Udc infine berlusconiano) e l’ex senatore del Pdl Luigi Grillo, già coinvolto in numerose inchieste (la più nota quella sulla Banca Popolare di Lodi, alla fine della quale è stato assolto in appello). Ai domiciliari, infine, Antonio Rognoni, direttore generale di Infrastrutture Lombarde, già arrestato due mesi fa per presunte irregolarità negli appalti delle opere pubbliche.

Anche in questo caso – come in quello romano – abbiamo esponenti locali e di spicco del Pd, del Pdl, della lega delle cooperative, imprenditori e così via. Si legge, sempre nell’articolo:

La cupola aveva contatti molto in alto – agli atti ci sono le telefonate degli arrestati con Silvio Berlusconi, Cesare Previti e Gianni Letta -, prometteva avanzamenti di carriera e protezioni politiche ai manager, incontrava direttori di aziende ospedaliere, copriva e proteggeva le imprese “riconducibili” a tutti i partiti, comprese “le cooperative”. E appena si verificava un vuoto di potere il gruppo sembrava pronto a riempirlo con qualcuno di “fidato” per poter compiere altri reati, tanto da mandare raccomandazioni al leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, al presidente della Regione Roberto Maroni e al suo vice Mario Mantovani. “Ho mandato un biglietto a Berlusconi, non chiamo nessuno per telefono – dice Frigerio al telefono – Un biglietto per Berlusconi e uno a Mantovani dicendo ‘ma la soluzione migliore si chiama Paris per la direzione’. Una “strategia” per sostituire proprio l’ex dg di Infrastrutture Lombarde Rognoni. E il 3 febbraio, scrive il gip, proprio Paris partecipa a una cena ad Arcore.

- La Repubblica, 2014
http://milano.repubblica.it/cronaca/2014/11/27/news/tangenti_expo_condannati_l_ex_pci_greganti_3_anni_e_l_ex_senatore_pdl_grillo_2_anni_e_8_mesi_-101546799/?ref=search

È notizia di pochi giorni fa che 6 dei 7 imputati dell’inchiesta vengono condannati. Si può leggere:

A distanza di poco più di sei mesi dai loro arresti, l’ex parlamentare dc Gianstefano Frigerio, l’ex funzionario pci Primo Greganti, l’ex senatore pdl Luigi Grillo e un ex esponente ligure dell’Udc-Ncd, Sergio Cattozzo, si sono visti accogliere dal gup Ambrogio Moccia l’istanza di patteggiamento rispettivamente a tre anni e quattro mesi di carcere, tre anni e 10mila euro di risarcimento, due anni e otto mesi e 50mila euro di risarcimento e tre anni e due mesi di reclusione. Il giudice, ravvisando che gli “elementi probatori” raccolti dai pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio “depongono consistentemente per la sussistenza” dei reati contestati, ha accolto anche le istanze di patteggiamento dell’imprenditore vicentino Enrico Maltauro (due anni e dieci mesi) e di Angelo Paris, ex manager di Expo (due anni, sei mesi e 20 giorni e 100mila euro di risarcimento alla sociatà Expo 2015).

Per tutti le accuse sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta”.

Immagine che riassume i principali protagonisti dello scandalo tangenti per il MOSE di VeneziaTangenti MOSE (Venezia)

- La Stampa, 2014
http://www.lastampa.it/2014/06/04/italia/politica/tangenti-mose-arrestate-persone-c-anche-il-sindaco-di-venezia-orsoni-BomEvu2S7opjXnyPcJo0SO/pagina.html

Nel maggio del 2014 finiscono in manette il Sindaco di Venezia

Giorgio Orsoni, vicino al Pd […], l’assessore regionale alle infrastrutture, Renato Chisso (Fi), il generale in pensione della Gdf Emilio Spaziante, gli ex presidenti del Magistrato alle Acque (emanazione del Ministero dei lavori pubblici) Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva. I magistrati hanno disposto il sequestro di beni nella disponibilità degli indagati per 40 milioni. Sul fronte politico fanno scalpore due nomi scritti nell’ordinanza del Gip Alberto Sacaramuzza: l’ex governatore veneto ed ex ministro Giancarlo Galan, deputato di Forza Italia, da sempre vicino a Berlusconi, e l’eurodeputata uscente Lia Sartori (Fi) […]. Sono 35 le persone raggiunte dai provvedimenti cautelari: 25 in carcere, 10 ai domiciliari. Devono rispondere, a vario titolo, dei reati di corruzione, finanziamento illecito ai partiti, frode fiscale. A loro si aggiunge un “esercito” di 100 indagati: funzionari pubblici, addetti alle segreterie dei politici, imprenditori grandi e piccoli, dipendenti di aziende e coop.

- il giornale, 2014
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/tangenti-mose-arrestato-sindaco-venezia-1024584.html

Giancarlo Galan è

accusato di aver ricevuto fondi illeciti per almeno 800mila euro dal Consorzio Venezia Nuova (Cvn) nell’ambito delle opere del Mose. Le dazioni, da fondi neri realizzati dal Consorzio e dalle società che agivano in esso, risalirebbero agli anni tra il 2005 e il 2008 e il 2012.

Anche in questo caso, quindi, abbiamo Pd e Pdl a spartirsi il ricco bottino – e da parecchio tempo, come si legge sopra – dell’ennesima “grande opera”, con in ballo noti esponenti nazionali, amici e collaboratori diretti dei leader dei rispettivi partiti.
Ma anche in questo caso, stupore e “nessuno poteva sospettare nulla”.

Taballa riassuntiva di uno degli scandali tangenti per la ricostruzione del terremoto dell'AquilaTerremoto l’Aquila

Qui lo schifo, se possibile, arriva a vertici estremi. Se nei casi di cui sopra si parla di un sistema che si mangia il sistema economico del paese, in questo caso si parla di gente che specula, truffa, e lucra sul dolore di decine di migliaia di cittadini. Veri e propri sciacalli.

– Il Secolo XIX, 2010
http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2010/08/03/AMH3CVvD-ricostruzione_tangenti_corruzione.shtml

– Corriere della Sera, 2014
http://www.corriere.it/cronache/14_giugno_17/aquila-5-arrestati-12-indagati-tangenti-ricostruzione-be2d76bc-f623-11e3-9bf3-84ef22f2d84d.shtml

 

Due articoli (delle decine) in cui si descrive il “sistema L’Aquila”, in cui erano invischiati politici, amministratori, tecnici, imprenditori.

Un video incastrerebbe quattro dei cinque arrestati con la prova del passaggio di un mazzetta di 10mila euro: l’1% dei 19 milioni dell’appalto per il recupero e il consolidamento della chiesa di Santa Maria Paganica, luogo di culto molto caro agli aquilani, gravemente danneggiata dal terremoto del 6 aprile 2009.

maria-rita-lorenzetti e d'alema
Maria Rita Lorenzetti e Massimo D’Alema

La TAV a Firenze

Anche se meno famosa, anche la Toscana – la ROSSA Toscana! – ha avuto la sua bella TAV, che ha provocato i suoi bei disastri ambientali e s’è portata dietro un bello strascico di avvisi di garanzia, denunce, processi.

– il giornale, 2013
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/tav-firenze-31-indagati-questi-ex-presidente-regione-umbaria-875933.html

La Procura di Firenze ha indagato 31 persone nell’inchiesta sui lavori per il “passante fiorentino” (attraversamento sotterraneo della Tav nel capoluogo toscano).

Coinvolti funzionari ministeriali, dirigenti delle ferrovie e imprenditori. I reati contestati sono truffa ai danni della pubblica amministrazione, corruzione, gestione abusiva dei rifiuti e associazione a delinquere. Tra gli indagati figurano anche Maria Rita Lorenzetti, presidente di Italferr, la società di progettazione del Gruppo Ferrovie ed ex presidente della Regione Umbria; Valerio Lombardi, dirigente di Italferr (società di progettazione del gruppo Ferrovie); Ercole Incalza, dirigente dell’unità di missione del ministero delle Infrastrutture; Gualtiero Bellomo, funzionario della commissione “Valutazione impatto ambientale” (Via) del ministero delle Infrastrutture.

Qui, essendo in Toscana, la faccenda (pochissimo raccontata dai media) è tutta interna al Pd e soci.

Ma chi è la Lorenzetti, che si è occupata della TAV di Firenze?

– Il Fatto Quotidiano 2013
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/16/tav-firenze-arresti-domiciliari-per-lorenzetti-ex-presidente-dellumbria/712718/

Maria Rita Lorenzetti, laureata in filosofia e attiva in politica dal 1975 con il Pci, è stata presidente della Regione Umbria per due legislature. Precluso per legge il terzo mandato, nel 2010 è stata nominata presidente di Italferr, la società di ingegneria del gruppo Ferrovie dello Stato.

Quindi una politica che, non potendo più fare la presidente della Regione (ROSSA!) Umbria, è stata “promossa” a dirigere  una società di ingegneria (dall’alto della sua laurea in filosofia, verrebbe da dire).

A quanto emerge dall’ordinanza, notificata dal Ros dei Carabinieri di Firenze, è accusata di essersi adoperata perché venissero pagate due società impegnate nei lavori della Tav a Firenze, per le quali i versamenti erano in ritardo. In cambio la Lorenzetti avrebbe ricevuto presunti favori professionali per il marito. Lorenzetti avrebbbe agito “mettendo a disposizione le proprie conoscenze personali, i propri contatti politici e una vasta rete di contatti grazie ai quali era in grado di promettere utilità ai pubblici ufficiali avvicinati, nell’interesse e a vantaggio della controparte Novadia e Coopsette, (che si sono aggiudicate l’appalto, ndr) da cui poi pretendeva favori per il marito nell’ambito della ricostruzione dell’Emilia.

È inutile specificare che stiamo parlando di cooperative facenti parte della ROSSISSIMA Lega delle cooperative (http://www.legacoop.mantova.it/legacoop/cooperativa.php?id=55).

Un ultimo appunto, significativo, di quest’articolo del fatto:

Nelle conversazioni, un dirigente del settore ambiente che aveva manifestato più di una perplessità sulle operazioni legate ai rifiuti sarebbe stato definito da uno degli indagati “terrorista.

Ecco, esattamente quello che ci siamo trovati a sentirci dire, noi dei Comitati contro la Geotermia qui sull’Amiata, dall’amministrazione comunale di Arcidosso e da un “rappresentante” degli imprenditori locali:

Procurato allarme e danno d’immagine irreparabile. A questo saranno chiamati a rispondere i comitati antigeotermici «e chi continua a fare terrorismo antigeotermico» sull’Amiata.

http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2014/12/06/news/procurato-allarme-e-danno-d-immagine-per-questo-quereliamo-gli-ambientalisti-1.10445202

tav-ndranghetaTAV Val Susa

Ultimo, ma non meno importante – almeno simbolicamente – è l’ormai famosa TAV della Val Susa, Grande Opera che ormai, a parte una manciata di “giapponesi”, nessuno si sogna più di sostenere pubblicamente.

La questione TAV in Val Susa è nota soprattutto per la lotta dei comitati locali, i più famosi d’Italia, i mitici No Tav, che tanto hanno fatto e fanno per la loro terra, a costi altissimi: tra i tanti episodi di repressione, anche feroce, i più tristemente noti sono quelli di Claudio, Mattia, Chiara e Niccolò, arrestati giusto un anno fa per “Attentato con finalità di terrorismo” su ordine del famigerato tribunale di Torino (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/09/no-tav-arrestati-quattro-militanti-a-torino-laccusa-e-di-terrorismo/806328/).

Gli anarchici [non i cittadini, gli “anarchici”. Così fa più colpo ed è più facile condannarli prima ancora del processo. Ndr] fermati sono ritenuti responsabili di alcuni attacchi al cantiere di Chiomonte, in val di Susa, preso d’assalto il 13 maggio scorso lanciando oggetti e petardi.

Qui merita fare subito una premessa:

questi 4 ragazzi sono in galera da UN ANNO per aver lanciato oggetti e petardi contro un cantiere. Vuoto. In galera. Da un anno.

L’altro giorno ho visto (per un secondo, di più non ho resistito) Alemanno parlare in televisione. L’Alemanno accusato di associazione MAFIOSA era in televisione a dire “forse ho scelto le persone sbagliate”. 4 ragazzi che hanno tirato “oggetti e petardi” contro un cantiere vuoto sono in galera da UN ANNO. Tanto per parlare di giustizia…

Pochi, però, sanno o ricordano, che la vicenda della TAV in Val Susa è strettamente legata ad indagini legate a tangeti e alla Ndrangheta. Toh, ma pensa un po!

– La Repubblica, 2008
http://archivio.antimafiaduemila.com/rassegna-stampa/30-news/2728-ndrangheta-qle-maniq-sulla-torino-milano-tav.html

Nel 2008 (!!) Repubblica ci dice che

Da qualche mese l´aria che si respira sui cantieri è particolarmente pesante. Lo dicono le testimonianze (poche e coperte da anonimato) di qualche capocantiere e di un paio di rappresentanti sindacali. Giurano che «le sentinelle presidiano i cantieri in motorino, restano in contatto tra loro col telefonino per lasciare il campo quando arriva la polizia stradale. Controllano se gli operai (7 mila tra diretti e indiretti solo quelli impiegati nel cantiere della Tav Torino-Novara) stanno facendo il loro dovere e sanno che da loro non devono aspettarsi mai un tradimento». Sono i guardiani della ‘ndrangheta e della mafia in trasferta. Sono – è l´ipotesi degli inquirenti – le espressioni sul territorio dei sodalizi criminali, le organizzazioni che sarebbero riuscite, aggirando le radiografie e i vari certificati antimafia imposti dal committente dei lavori (le Ferrovie dello stato), a entrare nei meccanismi della grande opera. Una decina le imprese finite nel mirino delle procure: i nomi sono ancora nascosti, ma quando verranno svelati potrebbero minare le certezze dei grandi gruppi costruttori. Al momento si dicono all´oscuro di qualsiasi problema legato a infiltrazioni mafiose. «Non ci sono mai arrivati segnali in questo senso – fanno sapere per esempio da Impregilo – del resto tutte le imprese che lavorano per noi sono state sottoposte all´esame severo dei protocolli imposti dal committente».

- il giornale, 2010
http://www.ilgiornale.it/news/appalti-e-cantieri-tav-processo-boss-ndrangheta.html

Anche “il giornale” se ne occupa, due anni dopo:

“Appalti e cantieri della Tav, a processo il boss della ‘ndrangheta”.

– byoblu, 2012
http://www.byoblu.com/post/2012/03/01/ecco-la-ndrangheta-che-vuole-la-tav-in-val-di-susa.aspx

C’è qualcuno che, almeno nel suo specifico locale, ha tentato di tirare le fila di tutto quello che è successo. Un esempio è il sito byoblu, che nel 2012 prova a mettere assieme le cose, raccontando la storia della valle partendo addirittura dagli anni ’50:

quel piccolo comune [Bardonecchia] – il più occidentale d’Italia – è stato il primo comune al di fuori del Meridione ad essere sciolto per infiltrazioni mafiose: era il 1995 […]. Perché una ‘ndrina calabrese riesce ad attecchire in maniera così profonda in una regione straniera? Semplicemente perché è in grado di gestire in maniera efficiente il mondo del lavoro locale, fatto di appalti e di controllo della manodopera […]. Ovviamente, i metodi con cui la ‘ndrangheta si garantisce questo dominio incontrollato sono quelli tipici della criminalità organizzata: efficienza, controllo del territorio e ricorso alla violenza quando necessario. Tra il 1970 ed il 1983, la Procura della Repubblica di Torino registra infatti “44 omicidi di mafia“ […]. Nel 1994 il sindaco ed alcuni consiglieri comunali di Bardonecchia vengono accusati di speculazione edilizia. L’indagine alza un gran vespaio di polemiche, la stampa nazionale accende i riflettori su quel piccolo comune della Val di Susa e vengono svelate le forti infiltrazioni mafiose nella politica locale. L’anno dopo il Presidente della Repubblica Scalfaro scioglie la giunta comunale, ma questo non serve di certo a sradicare la mala pianta da Bardonecchia. Nel 1996, la lista che aveva sostenuto l’ex sindaco fa una dura campagna elettorale rivendicando orgogliosamente la forte continuità rispetto all’amministrazione comunale precedente, e ottiene il 70% dei voti, col sostegno trasversale dei partiti della sinistra e della destra […]. Ad oggi, in Piemonte si ha conoscenza di almeno 15 locali di ‘ndrangheta attivi, e dalle testimonianze di indagati o pentiti (pochissimi) si profila una situazione inquietante: quello che accadeva a Bardonecchia negli anni ’70, cioè l’assoluto monopolio da parte delle ‘ndrine del mercato edile ed il controllo dei voti, sembra ormai divenuto la norma a livello regionale. Ecco cosa si legge in un’informativa dei Carabinieri di Venaria, datata 7 aprile 2010: “un clima di violenza e di intimidazione […] connota l’attività edile in questa particolare zona dell’hinterland torinese, dove, al pari del cuorgnatese, la presenza cospicua di affiliati alla ‘ndrangheta ha reso di fatto impensabile lo svolgimento dell’attività edile senza dover corrispondere agli stessi costanti esborsi di denaro, per lo più destinati dagli affiliati al mantenimento dei carcerati“. E sarebbe in zone come queste che dovremmo aprire un cantiere mastodontico come quello del TAV?” […]. Beppe Grillo l’altro giorno si chiedeva chi ci sia dietro il TAV, e perché partiti di maggioranza e di opposizione, governi tecnici o politici, non osino dire una parola contro quest’opera inutile e costosa. Siamo sicuri che la risposta sia davvero così difficile da trovare?.

- l’Espresso, 2012
http://espresso.repubblica.it/attualita/cronaca/2012/03/06/news/tav-l-ombra-della-ndrangheta-1.41160

Ma anche i media “mainstream” iniziano ad accorgersi della cosa (meglio tardi che mai). Sull’Espresso possiamo leggere, sempre nel 2012:

“Tav, l’ombra della ‘Ndrangheta
Una delle aziende incaricate di costruire il tunnel esplorativo ha dato subappalti alla criminalità organizzata calabrese. Che in Piemonte, e proprio nella zona dei lavori in corso, ha messo da tempo solide radici”.

Che la Tav possa trasformarsi in “NdrangheTav” è un rischio concreto. Lo scrive la Procura nazionale antimafia nella sua ultima relazione e le recenti indagini sulle cosche a Torino e Milano sono lì a sottolinearlo. E c’è un precedente, che suona come un monito nella capacità dei clan di infiltrarsi anche nei cantieri più sorvegliati. Una della aziende incaricata di costruire il tunnel esplorativo sotto la Val di Susa – la romagnola Bertini Spa – nel 2005 ha vinto l’appalto per il nuovo palazzo di giustizia di Reggio Calabria. Il subappalto della sede giudiziaria, su richiesta della Bertini, fu concesso alla Corf srl. E così la Corf srl con sede a Polistena e Bologna conquista così una commessa da oltre un milione di euro. Ma secondo gli investigatori dietro la società calabro-emiliana si muovono però interessi che portano il marchio del clan Longo di Polistena, potente famiglia di ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, alleata con cosche storiche come i Pesce e i Bellocco di Rosarno.

E via a raccontare dell’infiltrazione mafiosa in Val Susa (che lo scoprono ora?).

– Il Fatto Quotidiano, 2014
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/02/ndrangheta-a-torino-asse-boss-imprenditori-ci-mangiamo-la-torta-tav/1046581/

Arriviamo ai giorni nostri. Su Il Fatto Quotidiano leggiamo:

‘Ndrangheta, a Torino asse boss-imprenditori: “Ci mangiamo la torta Tav”
Le intercettazioni dell’indagine del Ros e della Dda che ha sgominato il sodalizio tra locali piemontesi e calabresi che puntavano agli appalti per il movimento terra e al business del cemento, anche grazie alla complicità di imprenditori locali. “I No Tav? Li asfaltiamo.

Che, come si legge sopra, la comunanza d’intenti tra poteri politici, imprenditoriali e mafiosi si può trovare già in quest’occasione (I No Tav? Li asfaltiamo”).

Per finire:

una passata su un motore di ricerca, mettendo a fianco della Grande – ma anche della piccola – Opera in questione la parola “tangente” fa venire fuori fiumi di link su denunce, avvisi di garanzia, arresti e schifezze varie. Schifezze a cui sono accumunati, ormai, esponenti tanti di centro-destra che di centro-“sinistra”, come le vicende sopra riportate narrano chiaramente.

A questo punto si torna alla domanda di cui sopra, però ricondotta al sua ambito naturale:

è possibile continuare a parlare di “mele marce”?

Qui, ormai, è il frutteto che fa schifo e va sostituito, dalla base al vertice. Non penso che nessuno sano di mente possa pensare o sperare che siano loro stessi che si riformino così, di punto in bianco, perché sono – tutto ad un tratto – diventati buoni.

Stiamo parlando dell’Italia, della realtà, non del paese dei balocchi.

Le elezioni regionali nella Rossa Emilia Romagna: dov’è la “sinistra”?

Immagina di un banner sulle elezioni regionali in Emilia RomagnaAlle Elezioni Regionali 2014 In Emilia Romagna hanno votato 1.304.841 cittadini e cittadine, il 37,7 degli aventi diritto (3.460.402), con i seguenti risultati:

Pd 535.109 voti, che rappresentano il 15,46% degli aventi diritto;
SEL 38.845 voti, che rappresentano il 1,2% degli aventi diritto;
L’Altra Emilia 44.676 voti, che rappresentano il l’1,3% degli aventi diritto.

Facendo finta che il Pd sia di sinistra (parecchio finta, si entra dritti dritti nella fantascienza), si ha l’entusiasmante risultato del:

15,46+1,2+1,3 = 17,96%

Cioè, nella ROSSA Emilia Romagna la “sinistra” non raggiunge manco il 20% degli aventi diritto.

Questa è la situazione, oggi, nella regione ROSSA per antonomasia. Figurarsi nel resto del paese.

A questo punto non è più questione di “leader”, di gruppi o di altro: siamo noi cittadini che dobbiamo, dopo aver giustamente mandato a quel paese le classi dirigenti di una sinistra che non ha più idea manco di cosa voglia dire “sinsitra”, prendere in mano il nostro destino e il nostro futuro ed iniziare a costruire un’alternativa. Alternativa che non sia “elettorale”, ma quotidiana, sociale, aggregativa, democratica, partecipata.

PS

La Lega Nord, che ulula vittoria ai 4 venti, ha preso BEN 233.439, cioè il TRIONFALE 6,7% degli aventi diritto…

Eternit e giustizia

Immagine di Renato Prunetti
Renato Prunetti

Il sabato compro ancora il manifesto (vecchi vizzi che si fa fatica a cacciare), ed oggi vi ho trovato l’articolo del mio amico Alberto Prunetti sulla questione eternit.

Questione che per lui ha voluto dire tanto, un tanto che ci ha raccontato in uno splendido e tremendo libro e che racconta, ancora, in questo splendido e tremendo articolo.

A me, banalmente, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime e il cuore di odio. Cosa che, ultimamente, sta succedendo sempre più spesso.

Sono cre­sciuto guar­dando i film spaghetti-western assieme a mio padre. Guar­da­vamo anche i clas­sici di John Ford e ci rico­no­sce­vamo in quei cow­boy umi­liati e dere­litti. Sape­vamo che dove­vano pas­sarle di cotte e di crude ma ave­vamo anche la cer­tezza che il film non sarebbe arri­vato ai titoli di coda senza che al pre­po­tente non venisse pre­sen­tato il conto delle sue male­fatte. Era un mondo sem­plice di ric­chi pro­prie­tari, legu­lei e impren­di­tori delle fer­ro­vie da una parte e di umili cow­boy o indiani che veni­vano sopraf­fatti dall’altra. Ma alla fine i ric­chi paga­vano per le loro colpe e il sole del sel­vag­gio west baciava sulla fronte que­gli umili vac­cari così simili ai nostri babbi. In quelle pel­li­cole sem­plici, di imme­diata com­pren­sione per la classe ope­raia, vede­vamo illu­strati i valori che i padri inse­gna­vano ai figli: pane, salute, lavoro e giustizia.

Dopo la sen­tenza Eter­nit dello scorso mer­co­ledì, la parola sen­tenza mi si sovrap­pone con­ti­nua­mente col volto duro di Lee Van Cleef in un film di Ser­gio Leone. Quasi quarant’anni dopo aver visto la prima volta quel film, che cono­sco a memo­ria, è dif­fi­cile fare i conti del dato e dell’avuto. Se guardo alla classe ope­raia, penso ai lavo­ra­tori della Thys­sen e a quelli di Casale e mi prende lo scon­forto. Se guardo alla mia sto­ria, il qua­dro rimane avvilente.

In ogni vec­chio ope­raio di Casale Mon­fer­rato rivedo la figura di mio padre. Renato Pru­netti ha lavo­rato per anni facendo manu­ten­zioni, coi­ben­ta­zioni, sal­da­ture e car­pen­te­ria in ferro nelle raf­fi­ne­rie e nelle accia­ie­rie di mezza Ita­lia. Quando è uscita la lista dei dieci siti indu­striali più inqui­nati d’Italia, almeno otto sta­vano den­tro alla rubrica tele­fo­nica di casa, alla voce R di Renato, dove si appun­ta­vano gli alber­ghi in cui lui e gli altri ope­rai tra­sfer­ti­sti anda­vano a dor­mire, a fianco dei recinti dei can­tieri indu­striali. C’era anche Casale Mon­fer­rato in quell’agenda, per­ché lui aveva lavo­rato nella raf­fi­ne­ria Maura, a pochi chi­lo­me­tri dalla città più espo­sta d’Italia.

Anche Renato aveva tagliato l’amianto per anni con il fles­si­bile e anche lui aveva pro­vato a rivol­gersi alla giu­sti­zia. Aveva chie­sto due volte il rico­no­sci­mento dell’esposizione pro­fes­sio­nale all’amianto. Pec­cato che era già morto da sette anni nel momento in cui un giu­dice lo ha omag­giato dei «bene­fici» della legge, con­ce­den­do­gli di andare in pen­sio­na­mento anti­ci­pato quando ormai era già «man­cato», come si dice a Casale con un eufe­mi­smo molto diffuso.

A quale giu­sti­zia affi­darsi allora men­tre a Casale si strin­gono le fila e si spera in un ultimo ten­ta­tivo di inchio­dare «lo sviz­zero» alle pro­prie responsabilità?

I saggi par­lano di que­stioni di lana caprina tra diritto e giu­sti­zia. Eppure le nostre pre­tese erano poche. I nostri vec­chi non vole­vano cono­scere il mondo né godersi certi lussi. Pane, salute, lavoro e giu­sti­zia nei giorni feriali. Le par­tite, l’orto, le bocce e la bici­cletta nei festivi. Era que­sta la vita ope­raia. Si sen­ti­vano eroi wor­king class, cow­boy con la chiave inglese e la tuta blu al posto del cap­pello e un muletto a motore die­sel che a volte andava al trotto, a volte al galoppo.

Rad­driz­za­vano i ferri e i torti con pochi sapienti colpi di mar­tello, certi della loro lealtà verso gli altri.

Quarant’anni dopo, nel gioco di sponda tra diritto e giu­sti­zia, al palaz­zac­cio della Cas­sa­zione abbiamo impa­rato che il diritto è storto e la giu­sti­zia ingiu­sta. Che il pane del lavoro fosse avve­le­nato ormai lo sape­vamo già e la salute dei nostri vec­chi i padroni se la sono tenuta come caparra a pegno delle buste paga con cui ci hanno fatto stu­diare e crescere.

Sch­mi­d­heiny, non stu­pirti allora se nei tuoi sogni peg­giori sen­ti­rai le armo­ni­che di un film western ita­liano. Prima o poi quelli di Casale arri­ve­ranno per rad­driz­zare i torti, prima dei titoli di coda. Puoi scom­met­terci un dollaro.

*autore di «Amianto, una sto­ria ope­raia», edi­zioni Alegre

http://ilmanifesto.info/in-ricordo-di-mio-padre-operaio-nel-far-west/