Skip to content


La democrazia in Italia: la storia di Francesco Mastrogiovanni

Immagine di Franco Mastrogiovanni

Franco Mastrogiovanni

Oggi su “il manifesto” vengono pubblicate le motivazioni della sentenza con la quale il 29 ottobre scorso sono stati condannati sei medici del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca e assolti 12 infermieri.

E’ una storia allucinante, in cui una persona viene torturata a morte in un ospedale pubblico. Qui di seguito l’articolo, pubblicato da Giuseppe Galzerano a pagina 6 del quotidiano comunista.

Centottantatre pagine di argomentazioni serrate, che sferzano duramente i comportamenti dei sanitari e affrontano con chiarezza esemplare molti punti della tragica morte di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico morto quattro anni fa su un letto di contenzione dell’ospedale di Vallo della Lucania.

Sono le motivazioni della sentenza – scritta dalla presidente del Tribunale Elisabetta Garzo – con la quale il 29 ottobre scorso sono stati condannati sei medici del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca e assolti 12 infermieri.

Il maestro elementare anarchico, trascinato con la forza in ospedale in seguito ad un Tso del tutto illegittimo, su ordine del dottor Rocco Barone viene legato ai polsi e alle caviglie, per essere sciolto solo sei ore dopo la morte. La disumana contenzione, mai annotata, gli causa ferite profonde fino a due cm. Trascorre così, implorando aiuto ed umanità, tra l’indifferenza dei medici e degli infermieri, 83 interminabili ore senza cibo né acqua. Finché una notte non arriva, pietosa, arriva «sorella» morte a porre fine alle terribili e inaudite sofferenze. Mastrogiovanni spira legato e in solitudine, impedito nei movimenti, lontano dalla famiglia, dagli amici e dai compagni.

La dottoressa Angela Anna Ruberto ha sostenuto che un’ora dopo «era tranquillo a letto, non aveva una reazione alla contenzione», ma «russava e respirava regolarmente». Questa «cura» particolare riservata a Mastrogiovanni non è accaduta nel Medioevo, né in una caverna della preistoria, ma nell’anno del signore 2009 in un ospedale pubblico, «luogo nel quale, più d’ogni altro – sottolinea il giudice – dovrebbe essere garantito il diritto alla salute». Invece l’«abitudine sconsiderata» della contenzione, che il giudice qualifica «illecita, impropria e antigiuridica», è pratica quotidiana, come risulta dalle testimonianze e addirittura dagli stessi medici, ammessa finanche dal direttore sanitario, dottor Pantaleo Palladino (che nel frattempo è rimasto al suo posto), destinatario di un passaggio della sentenze: «Un’equazione assolutamente surreale, destituita di qualsiasi fondamento sia sul piano medico-scientifico che su quello giuridico, in quanto l’attuazione del Tso in nessun modo autorizza automaticamente l’attuazione di pratiche di coercizione quali appunto la contenzione meccanica». Nessuna norma – sentenzia il giudice – consiglia o prescrive la contenzione e il Tso non comporta assolutamente la perdita dei diritti e della dignità del paziente. Il giudice ribadisce: il provvedimento del Tso «non è fonte di diritti in capo al medico, è semmai impositivo di doveri» e il medico è sempre vincolato al rispetto dei diritti fondamentali della persona umana.

Il video

Tutta la contenzione di Mastrogiovanni è stata ripresa da un video agghiacciante, che documenta minuto per minuto l’interminabile e terribile tortura subita. Un video che non hanno fatto in tempo a distruggere e li ha inchiodati alle loro responsabilità. Nella storia giudiziaria dell’Italia è il primo caso che viene sorretto da una straordinaria e inoppugnabile documentazione filmata. Le immagini crude e veritiere costituiscono il «compendio accusatorio più significativo», evidenziano che «fu contenuto per tutto il periodo del suo ricovero senza manifestare alcun sintomo di violenza né verso sé stesso, né nei confronti dei sanitari e degli altri ammalati, né di aggressività verbale; inoltre rimase senza mangiare e bere e non fu mai liberato dalle fascette impiegate», tranne una sola volta per pochissimi minuti.

Il giudice spesso ritorna sulla assoluta e documentata tranquillità del paziente, invece descritto dai suoi torturatori come persona aggressiva e violenta. Il dottor Raffaele Basso ha riferito di aver ordinato la contenzione per il prelievo delle urine richiesto dai carabinieri di Pollica al fine di verificare se avesse guidato sotto l’effetto di sostanze stupefacenti: «Ciò in quanto il paziente si dimenava, così mostrando il suo dissenso all’espletamento dell’indagine clinica da effettuarsi mediante l’applicazione di un catetere urinario, richiesta dalle forze dell’ordine e, quindi, al di là di qualsiasi contesto terapeutico». Il risultato è negativo. Il giudice paragona «il sacrificio della libertà personale» e l’esigenza investigativa, rilevando «come una simile esigenza non trovi alcuna tutela da parte dell’ordinamento, anzi il prelievo passa sempre attraverso il consenso del soggetto sottoposto», tanto che la normativa per gli alcool-test prevede che «il soggetto attenzionato può sottrarsi all’esame, e a fronte di un simile rifiuto il legislatore, invece di consentire alle forze di polizia di procedere coattivamente, prevede una specifica ipotesi di reato», facendo presente che quel risultato «si sarebbe potuto ottenere in migliaia di altri modi», senza passare per il letto di contenzione. Ma, «volendo anche ammettere che il sanitario, in quello specifico frangente, per la concitazione, versasse in errore incolpevole sull’elemento in esame, l’assunto difensivo sembra arrestarsi bruscamente innanzi al requisito dell’attualità del pericolo». Se è vero che Mastrogiovanni aveva opposto un rifiuto, «la necessità della contenzione non sarebbe dovuta durare che pochi istanti – appunto quelli necessari per approntare siringhe e provette». Invece va avanti per 83 ore e nessuno la annota sulla cartella clinica. Anzi il dottore Barone dice: «Lasciatelo così!».

La disperazione

È la contenzione a causare la morte. Le prime immagini «mostrano un uomo assolutamente tranquillo, intento a mangiare – da solo – un panino, e successivamente a riposare. Nulla di più incompatibile con il fantomatico stato di agitazione o la possibilità di recare danno a terzi. Al contrario, le immagini certificano che fu proprio la contenzione a far nascere e crescere in Mastrogiovanni il senso di disperazione e paura che lo portarono a più riprese a tentare di liberarsi dalle cinghie con cui era bloccato». Il maestro di Castelnuovo Cilento implora invano l’intervento del primario, dottor Michele Di Genio: «Si rivolge a lui in uno degli ultimi disperati tentativi di sfuggire alla barbarie» e si agita per sfuggire a quella che il giudice senza mezzi termini definisce «barbarie». Ma il medico, pur vedendo de visu le sofferenze e il malessere, «nella piena consapevolezza che quanto sta osservando si fonda su un illecito, non fa nulla e permette che Mastrogiovanni rimanga nelle disu mane condizioni in cui poi verrà trovato morto».

La giudice insiste sul fatto che il medico non solo è tenuto «a ricercare e a ricevere» il consenso, ma deve agire «sempre nel rispetto della dignità umana e della finalità terapeutica che l’arte medica persegue»: «Il paziente in Tso non diviene una res di cui il sanitario può disporre (non è, per l’appunto, oggetto di un diritto del medico), non subisce la sospensione dei diritti più intimi, connessi al suo permanere essere umano; né cessa di apparire destinatario di cure agli occhi degli esercenti la professione sanitaria».

E il consenso di Mastrogiovanni non c’è mai stato 

Familiari non avvisati

Di fronte al fatto che i familiari non solo non vengono avvisati, ma non gli è neanche permesso di visitare il congiunto, il giudice sottolinea: «Devono essere invece coinvolti nel processo decisionale, anche in considerazione del fatto che viene disposto un intervento sanitario non assistito da un valido consenso del paziente, perché incapace, per la situazione in cui versa, di prestarlo». La nipote non è neanche messa a conoscenza della contenzione. Aggiungiamo che nessun medico o dirigente dell’Asl ha mai telefonato alla famiglia per avvertirla della morte, e le scuse e le condoglianze più volte annunziate – anche all’indomani della sentenza – non sono mai arrivate.

Mastrogiovanni è stato accusato di essere violento, ma «nessun comportamento aggressivo trova riscontro nelle immagini del filmato» e «non si comprende – né gli imputati lo hanno spiegato – perché tale misura si sia protratta per tutta la durata della degenza sino al tragico epilogo della sua morte».

La contenzione – come mostra il video – non gli consente «alcun autonomo movimento, come piegare le gambe o sedersi sul letto, e mai fu scontenuto per essere sottoposto a toletta personale, anzi per tutta la durata del ricovero l’unica pulizia che gli fu praticata fu quella di cambiargli il pannolone». Nessuno dei dottori «si è mai interrogato sul perché il Mastrogiovanni fosse sottoposto a una contenzione così invasiva, né si è chiesto come mai della stessa non vi fosse traccia nella cartella clinica». Pertanto essa è stata «assolutamente ingiustificata e irrispettosa».

I medici sono stati condannati a pene variabili tra i 2 e i 4 anni. Gli infermieri invece assolti, poiché erano all’oscuro dell’illegittimità della contenzione, né potevano prendere l’iniziativa di scontenere il paziente, tenuto conto della totale impreparazione scientifica, non avendo mai seguito corsi di aggiornamento. Rimane il fatto che per quattro giorni hanno visto un uomo soffrire e implorare aiuto e sono rimasti indifferenti, non hanno fatto nulla per alleviare le sue sofferenze, anzi qualcuno è arrivato – come documenta il video – a buttargli un asciugamano in faccia e qualcun altro gli ha portato il vassoio con il cibo per poi riprenderlo tranquillamente senza che il paziente – legato mani e piedi – ne avesse potuto prendere una minima parte.

Posted in Bile, Società.

Tagged with , , , , .


Il nuovo governo di larghe intese e le scelte economiche. Seconda parte

Articolo del Sole24Ore sula crisi dei derivati

La crisi dei derivati

Tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta, la classe operaia, e più in generale la classe dei lavoratori dipendenti a partire da chi lavora in fabbrica, ha ottenuto, in parte con le sue lotte, in parte per motivi geopolitici, miglioramenti importanti della propria condizione sociale. Anche senza volerli chiamare, alla francese, i gloriosi Trent’anni  si è trattato di un periodo in cui decine di milioni di persone hanno avuto per la prima volta un’occupazione stabile e relativamente ben retribuita. Basti pensare, per quanto riguarda il nostro paese, che ancora nel 1951, anno del primo censimento dopo la guerra, esistevano in Italia centinaia di migliaia di braccianti pagati a giornata, su chiamata mattutina di un caporale, che lavoravano mediamente 140 giorni all’anno.

Per questi strati sociali, un impiego stabile nell’industria ha rappresentato un notevole avanzamento sociale. Sono aumentati i salari reali; sono stati introdotti o ampliati in molti paesi, Italia compresa, i sistemi pubblici di protezione sociale, dalle pensioni fondate sul metodo a ripartizione (in base al quale il lavoratore in attività contribuisce a pagare la pensione di quelli che sono andati a riposo, metodo che le mette al riparo dai corsi di Borsa e dall’inflazione  al sistema sanitario nazionale; si sono ridotti gli orari di lavoro di circa 2-300 ore l’anno (che vuol dire quasi due mesi di lavoro in meno); si sono allungate di settimane le ferie retribuite. Infine si sono estesi in diversi paesi, a partire dal nostro, i diritti dei lavoratori ad essere trattati come persone e non come merci che si usano quando servono o si buttano via in caso contrario. Queste conquiste, a cominciare dai sistemi pubblici di protezione sociale, sono state il risultato di riforme legislative – rinvio qui al nostro Statuto dei Lavoratori del 1970, voluto da un ministro del Lavoro socialista, Giacomo Brodolini, e redatto in gran parte da un giovane giuslavorista socialista pure lui, Gino Giugni – non meno che di imponenti lotte sindacali. Senza dimenticare il movimento degli studenti che in Italia come in Francia e in Germania contribuì sul finire degli anni Sessanta a inserire nell’agenda politica la richiesta di una democrazia più partecipativa.

Così inizia a raccontarci la sua versione della storia economica del secondo dopoguerra Luciano Gallino, nel suo La lotta di classe dopo la lotta di classe edito da Laterza nel 2012. Comincia raccontandoci la lotta di classe vittoriosa, almeno per trent’anni, delle classi meno abbienti, per le classi lavoratrici, per la classe operaia italiana ed occidentale in genere, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Questo trentennio finisce con gli anni ’70 – i tragici anni ’70 per la quasi totalità di media, politici, sindacalisti e, ormai, anche per la maggior parte della gente comune, e con gli anni ’80 inizia un’altra lotta di classe, quella delle classi più abbienti contro chi gli sta sotto, economicamente parlando. E non è ancora finita.

Verso il 1980 ha avuto inizio in molti paesi – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia, Germania – quella che alcuni hanno poi definito una contro-rivoluzione e altri, facendo riferimento ad un’opera del 2004 dello studioso francese Serge Halimi, un grande balzo all’indietro  Le classi dominanti si sono mobilitate e hanno cominciato loro a condurre una lotta di classe dall’alto per recuperare il terreno perduto. Simile recupero si è concretato in molteplici iniziative specifiche e convergenti. Si è puntato anzitutto a contenere i salari reali, ovvero i redditi da lavoro dipendente; a reintrodurre condizioni di lavoro più rigide nelle fabbriche e negli uffici; a far salire nuovamente la quota dei profitti sul Pil che era stata erosa dagli aumenti salariali, dagli investimenti, dalle imposte del periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni Ottanta.

In sostanza non è affatto venuta meno la lotta di classe. Semmai, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente.

Ed con gli anni ’80 che la lotta di classe volta pagina, ed inizia il declino economico, politico e sociale delle classi lavoratrici, fino ad arrivare ai livelli di oggi. Un percorso lungo, fatto non solo di politica ed economia, ma anche – e soprattutto – di cultura e (dis)informazione. Il risultato, comunque, è che il neoliberismo, quella dottrina economica inventata a Chicago nella prima metà degli anni ’70 dalla locale scuola economica (e sperimentata con successo, dal punto di vista capitalistico, durante il regime di Pinochet in Cile), dopo la caduta del socialismo reale, cioè dei regimi dittatoriali di stampo sovietico nei paesi dell’Europa dell’est e nella Russia, dal 1989 ai primi anni ’90, diventa l’unica dottrina possibile, l’unica via possibile di sviluppo per l’umanità.

Con che risultati per le classi lavoratrici e le classi medie?

Basterà ricordare che i top manager delle grandi imprese, industriali e non, percepivano intorno agli anni Ottanta compensi globali dell’ordine di 40 volte il salario di un impiegato o di un operaio. Al presente il rapporto è salito in media a oltre 300 volte, con punte che negli Stati Uniti possono raggiungere 1000 volte il salario di un lavoratore dipendente. Ciò è dovuto non solo all’aumento dello stipendio base, del premio di risultato e di altri benefits, ma anche al vastissimo ricorso all’uso delle opzioni sulle azioni come remunerazione.

Questo nonostante e a dispetto della crisi che investe l’Occidente a partire dal 2007, che alla fine viene scaricata in toto sulle spalle delle classi meno abbienti. Tanto che i principali responsabili della crisi, il sistema finanziario e quello delle banche, sono stati salvati dai vari stati del mondo con i soldi pubblici, per poi essere “costretti” a tagliare lo stato sociale per coprire i buchi di bilancio così creati.

Capitali dell’ordine di trilioni di dollari sono stati investiti in complicatissimi titoli compositi che le banche, non solo americane ma anche europee, hanno creato e diffuso in un modo che si è rivelato disastrosamente inefficiente. O meglio: che la crisi stessa ha mostrato essere inefficiente quanto rischioso. Dopodiché gli enti finanziari sono stati salvati dal fallimento dai governi, sia tramite aiuti economici diretti (oltre 15 trilioni di dollari in Usa; 1,3 trilioni di sterline nel Regno Unito; almeno un trilione di euro in Germania), sia indirettamente, forzando i paesi con un elevato debito pubblico a pagare interessi astronomici sui titoli di Stato in possesso degli enti medesimi.

Insomma, quando c’è da salvare le banche i soldi si trovano, e parecchi. Quando c’è da finanziare la scuole e l’istruzione in generale; la sanità; il lavoro e lo sviluppo in generale, quindi la sicurezza e la possibilità di vivere bene delle persone no, per queste cose i soldi non ci sono. Buffo no?

Posted in Politica, Storia.

Tagged with , , , .


Il nuovo governo di larghe intese e le scelte economiche. Prima parte

Immagine di Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi assieme che chiacchierano

Giorgio e Silvio

Probabilmente già oggi il nuovo Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – che proprio in questo 2013 festeggia i 60 anni di presenza nel parlamento italiano, per cui il premio honoris causa “Il nuovo che avanza nel XXI secolo”  - ci proporrà un nuovo presidente del consiglio. Il fatto che la Lega si sia messa all’opposizione mi fa temere il ritorno del dottor sottile, quel Giuliano Amato che negli anni ’80, gli anni del craxismo, è stato ai vertici del Partito Socialista Italiano diventandone vicesegretario generale. Di Craxi, infatti, fu consigliere economico e politico fino a diventarne sottosegretario alla Presidenza del consiglio nei governi degli anni 1983-1987. In seguito è stato Ministro del Tesoro dal 1987 al 1989 (governi Goria e De Mita). Così, tanto per ricordarne il curriculum, tanto che è arrivato secondo al già citato premio honoris causa ”Il nuovo che avanza nel XXI secolo”.

Oggi è ricordato per il decreto legge del luglio 1992 che, tra le altre cose, deliberava il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari (vedi le recenti vicende di Cipro). Con Amato finisce la “prima repubblica” ed inizia quel filotto di governi “lacrime e sangue” che, prima per bloccare gli attacchi alla lira, poi per entrare nella Comunità Europea, poi perché così vogliono i mercati, ora perché c’è la crisi, da 20 anni a questa parte non c’è governo – di destra, di centro e di sinistra – che non faccia tagli alla spesa pubblica e allo stato sociale.

Ma come mai, a prescindere da Amato o Prodi o Berlusconi o Monti, chiunque vada al governo in questi ultimi decenni ci massacra lo stato sociale fino allo stremo delle forze? Perché, dice il sociologo torinese Luciano Gallino, nel suo La lotta di classe dopo la lotta di classe edito da Laterza nel 2012, ormai il mantra che si sente ogni giorno, su qualsiasi media comune, ma che viene ripetuto anche da quasi tutti i politici, quale che sia il partito di riferimento; da un buon numero di sindacalisti; da migliaia di docenti universitari nei loro corsi; nonché da innumerevoli persone comuni è che

il maggior problema dell’Unione europea è il debito pubblico. Abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi. Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato. Agevolare i licenziamenti crea occupazione. La funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi. I mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove è massima la loro utilità collettiva. Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità. È la globalizzazione che impone la moderazione salariale. Infine le classi sociali non esistono più.

Ma è veramente così?

Bisognerebbe capire come mai tale repertorio di idee ricevute risulti del tutto impermeabile alla realtà. E certo non da oggi. Infatti, a dispetto della unanimità di cui godono, non una delle suddette idee – al pari di dozzine di altre della stessa genìa che dobbiamo qui tralasciare – ha un fondamento qualsiasi di ragionevole solidità. Oltre ai rapporti dei centri studi di mezzo mondo, è la realtà stessa che da decenni, quotidianamente, si incarica di prenderle di continuo a ceffoni. Per dire, sono proprio i mercati che meglio incorporano la teoria del libero mercato, quelli finanziari, che hanno disastrato l’economia mondiale. Il paese che ha avuto meno problemi con l’occupazione nel corso della crisi è la Germania, dove i sindacati hanno nel governo delle imprese un peso rilevante. I problemi peggiori li hanno avuti, e li hanno, gli Stati Uniti, dove la facilità di licenziamento è massima: basta un foglio rosa che il venerdì invita a non presentarsi al lavoro il lunedì successivo, se non anzi una battuta faccia a faccia: “sei fuori”. Quanto alle privatizzazioni, alla supposta superiorità intrinseca e universale del privato sul pubblico per produrre e gestire beni pubblici, si può rinviare all’analisi degli effetti che esse hanno avuto nel Regno Unito tra il 1980 e la fine del secolo, dove furono eccezionalmente imponenti.

Insomma, se quanto sopra è vero – e anche senza essere professore universitario ci dice che è così l’enorme crisi economica che dal 2008 si sta mangiano l’economia occidentale, alla faccia della fine della storia e del neoliberismo come panacea di tutti i mali – come mai, non dico tanto il centro-destra (che di “centro” ha ben poco), ma il centro-sinistra (che ormai di sinistra ha ben poco), come mai, quindi, anche chi dovrebbe essere progressista e quindi, almeno in parte, dalla parte dei più deboli, si è completamente sdraiato in politiche economiche tutte a favore dei pochissimi super ricchi del mondo. Nel suo agile e divulgativo libretto Luciano Gallino prova a spiegarcelo.

Posted in Politica, Storia.

Tagged with , , , , .


Pd: almeno ora le cose sono chiare

Il quinto stato

Il quinto stato

Gli ultimi giorni hanno dimostrato, a mio avviso e se ancora ce ne fosse bisogno, come il Pd NON sia un partito di sinistra. Il Pd e la coalizione di “centro sinistra”, cioè il Pd stesso e SEL, hanno avuto la straordinaria occasione di eleggere come presidente della Repubblica una persona di sinistra, Rodotà, ma l’occasione non è stata colta. Non per colpa di SEL, bisogna dirlo, ma unicamente per colpa del Pd stesso. Come mai? Perché Rodotà è un uomo indipendente e troppo di sinistra, per l’attuale Partito Democratico. Perché il Pd non è UN partito, ma la coalizione di vari interessi di potere, di vari potentati – dalla Lega delle Cooperative ad alcuni istituti bancari ed assicurativi e finanziari; da alcune grandi aziende ad, addirittura, alle grandi aziende italiane in generale; il sindacato – che ormai è a sua volta un potentato e non l’organizzazione dei lavoratori italiani, ed altri soggetti che non mi vengono in mente o che semplicemente non conosco.

Questa coalizione, che possiamo definire ottimisticamente “liberal-democratica” o “progressista”, cioè una coalizione liberale moderata, pensa si possa gestire il liberismo e il mercato ed ha fatto proprie alcune delle idee forti del neoliberismo nato dopo la crisi 1973 ma diventato “pensierò unico” con il crollo dei paesi del “socialismo reale” dal 1989 in poi, cioè quel blocco politico ed ideale che era il riferimento del vecchio Partito comunista italiano. Una coalizione che vuole il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione; che vuole il taglio delle spese dello Stato se non per le fasce più povere della popolazione, che vuole la privatizzazione della maggior parte del pubblico e così via.

Una sifatta coalizione NON potrebbe MAI eleggere Stefano Rodotà, che è sempre stato un indipendente di sinistra, un difensore dei beni comuni, uno studioso di diritto, del rapporto tra reti informatica e società (è del 1973 il suo libro “Elaboratori elettronici e controllo sociale”, pubblicato da il Mulino di Bologna), un laico sostenitore dell’eutanasia. Nonostante sia stato eletto nel 1979 come indipendente nelle liste del Pci e poi sia stato il primo Presidente del Partito Democratico della Sinistra (PDS).

Questo quadro, a mio avviso, è chiaro già da tempo, ed ora la cosa diventa semplicemente insindacabile, indiscutibile. E l’eventuale rielezione di Giorgio Napolitano ne sarà la conferma definitiva. Ma anche questo non è un problema in generale. Anzi, ora che le cose sono chiare, tutto diventa molto più semplice.

Il problema, però, è per la sinistra, per quel che ne rimane: SEL, Rifondazione comunista e quel po’ di movimento che ancora si dibatte in vari ambiti degli enti locali.

Già, perché tutti questi vari soggetti sono sempre, in vari modi, alleati del Pd, nelle varie Regioni, Provincie e Comuni. E questo, almeno per quel che mi riguarda, è un problema. Perché è evidente, penso, che il progetto di SEL di “spostare a sinistra” il Pd è fallito miseramente proprio con Rodotà. Un progetto arrivato ad un passo dalla realizzazione, anche grazie al M5S e che non si è realizzato per un semplicissimo, banalissimo motivo: il Pd, nel suo insieme e nella sua maggioranza (almeno per quel che riguarda i dirigenti) non ha NESSUNA intenzione di spostarsi a sinistra, se non a chiacchiere in prossimità delle elezioni, quando ha bisogno dei voti della gente di sinistra, motivo per cui continua a portarsi appresso SEL (come prima faceva col Prc).

Questo è un problema, dicevo per quel che mi riguarda, perché stare con il Pd, per SEL e Prc – ed Action a Roma, quando si parla di “movimento”, per esempio – perché significa accettare ed avallare cose inaccettabili in una prospettiva di sinistra, come le TAV in Piemonte e in Toscana, o la Geotermia sul Monte Amiata (gr), o le tante porcheria – ambientali e non – che ormai per il Pd sono la prassi politica normale e quotidiana. Quindi se queste forze politiche di sinistra vogliono, a mio avviso, avere una qualche possibilità di esistenza reale, che non sia di mera testimonianza interna al Pd – e di sopravvivenza grazie ai soldi che arrivano dagli incarichi elargiti tramite il Pd – devono svincolarsi esplicitamente dal Pd e iniziare un percorso di ricostruzione di una sinistra nuova, che parta da altri e nuovi presupposti – molti dei quali sono stati cannibalizzati da Grillo e dal sul M5S – e che, lavorando sui territorio e nelle lotte, torni a confrontarsi con la gente e con i suoi problemi. Un percorso lungo e difficile, che non prevede scorciatoie – e la recente vicenda di Ingroia è esemplare, in questo senso – ma che è l’unico, a mio avviso, perché possa tornare a parlare di sinistra nel nostro paese.

Posted in Politica.

Tagged with , , .


Perché il Pd non vuole Rodotà presidente della Repubblica

Immagine di Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

Una premessa d’obbligo:

sono ignorante di questioni istituzional-parlamentari. Non milito e non ho mai militato in nessun partito politico, istituzionale o meno che fosse (ma in organizzazioni politiche si; ma non partecipavano a nessun tipo di elezione, quindi è un mondo che mi è oscuro).

Non ho contatti con quel mondo. Ne avevo, una volta – visto che vari compagn@ di strada vi si erano avvicinati, per lavoro soprattutto, ma qualcuno anche per convinzione (e convenienza) – ma ora non più.

Quindi quanto dico ora è quel che pensa un “cittadino medio”, non particolarmente stupido, non particolarmente intelligente.

Dunque, da quel che posso vedere e capire io, quassù dalle montagne del centro Italia, la “sinistra” italiana avrebbe la possibilità concreta di eleggere alla presidenza della Repubblica un uomo di sinistra, uno che si occupa di “beni comuni”, di diritti, di lavoro, uno che pensa che la società debba essere una cosa giusta in cui la gente possa essere felice. Un social-democratico, insomma, una persona di sinistra moderata ma seria, vera: Stefano Rodotà.

Si è giunti a questa situazione, per quel che posso decifrare io, perché Rodotà è stato candidato alle “quirinarie” (la pagliacciata online del M5S, a cui ha partecipato qualche decina di migliaia di persone) ed è arrivato terzo, dietro la Gabanelli e Gino Strada, che però si sono ritirati. Sono mesi, però, che negli ambienti della “sinitra diffusa” (non saprei come definirla altrimenti: quel mondo variamente di sinitra, che possiamo dire sta tra SEL e i centri sociali) viene fatto il nome di Rodotà presidente, che ci sono petizioni online e cose così. Penso che questo abbia pesate nel movimento di Grillo, e nel suo leader, per candidare Rodotà: uno che se venisse eletto piacerebbe anche ai grillini, ma che altrimenti – come sta succedendo – sicuramente può creare tanti, ma tanti problemi al Pd e consorteria. Che questa candidatura sia stata fatta ad hoc non lo so; così fosse, però, non mi stupirei.

Al di là di come ci siamo arrivati, però, la situazione è che c’è un ottimo candidato di sinistra, sostenuto anche dal M5S, che quindi – con i voti di Pd e SEL – potrebbe essere eletto (non so se già coi 2/3 dei voti, ma poco importa). Cosa succede, invece? Succede che il Pd candida un vecchio arnese della politica dc (ivi iscritto fin dal 1950, gli anni di Scelba, tanto per capirsi…), erede di Carlo Donat-Cattin, ministro con Andreotti, responsabile dell’organizzazione del partito durante tantentopoli, Franco Marini. Un volto nuovo, insomma.

Questa candidatura trova l’appoggio e il sostegno di Pdl e Lega. Taac!

Nel momento del suo annuncio, mezzo partito si ribella, da Renzi (da destra) ai “giovani Turchi”, a varie federazioni locali a tanta gente comune.

SEL vede l’inciucio (gliel’hanno sbattuto in faccia, ci sarebbe da dire, ma facciamo finta di niente, il momento è drammatico), annuncia che non voterà mai Marini ma voterà Rodotà, con il M5S. Evviva, hanno un limite pure loro.

Alle elezioni di stamani Rodotà prende 80 voti più di M5S+SEL messi insieme, quindi è probabile che tanti Pd abbiano votato Rodotà invece che Marini.

Questo il quadro sintetico, verso cui mi pongo – e vi pongo – delle domande:

  • perché il Pd non ha colto l’occasione di eleggere un presidente della Repubblica di sinistra?
  • perché non ha colto l’occasione di fare qualcosa di sinistra, avrebbe detto Moretti, con SEL e M5S?
  • perché non ha avviato, praticamente, un percorso con il M5S, che avrebbe potuto – come volevano speravano SEL e il Prc – spostare “a sinistra” il M5S e permettere la nascita di un governo nuovo, innovatore, che mettesse mano ai tanti problemi che ha il paese in un’ottica che non sia quella dei tagli e degli interessi dei poteri forti?

Perché? L’occasione è lì, sotto gli occhi di tutti, perché non viene colta?

 A mio modestissimo avviso per un motivo molto semplice: perché è un’occasione di sinistra. Non è un’occasione per il Pd.

Se questo è vero, a questo punto coloro che hanno nel Pd il loro punto di riferimento per la ricostruzione della sinistra nel nostro paese  dovranno fare i conti con quello che sta succedendo per l’elezione del presidente della Repubblica e trarne le conclusioni, ad iniziare dalle alleanze negli enti locali, Regioni, Provincie e Comuni. O, a mio modesto avviso, faranno la fine del Pd.

Posted in Politica.

Tagged with , .




Switch to our mobile site